Productive Wasteland in Taranto

Productive wasteland in Taranto

Taranto_es_madu

The city of Taranto is more than two-thousand years old. Born as a Greek (Spartan) colony in the heart of the Southern Mediterranean sea, Taranto can be imagined as the unstable outcome of a slow process of cultural hybridization, the result of multilayered relations, conflicts and exchanges with different Others.
However, this glorious and sometimes dramatic history has experienced an irreparable tear between the close of the XIX century and the 1960s. So far, Taranto’s social organisation has been dramatically shacked (and shocked), along with its economy and natural environment. Inevitably, social relationships among the city residents and between the latter and the neighbour villages also got (re)shaped by what today dominates the city’s landscape: the military Arsenal and the steel factory (ILVA, formerly named Italsider at the time it was a national asset). Therefore, a truly agricultural and maritime small scale economy had to give way to the myth of progress, concretely implemented through the large industrialisation process on the ground. Taranto was fully co-opted in the development machine, namely, the political paradigm and ideology of socio-economic development that has been characterising (and almost monopolising) the history and practice of globalisation in the last century (still ongoing, somehow…).
A further consequence of these dynamics has been the enclosure of the sea. Taranto, the “Two Gulfs city”, has been dispossessed of and separated by its sea by walls and military watched areas. On the other side, the steel factory – and the many other chemical industries operating in the territory, some of which are still owned by the State – has generated a paroxysmal pollution, which nobody can deny.
The myth of progress colonised the soil and the soul of Taranto, as well as the citizenry bodies. Paralleled by a political administration that has deprived Taranto during the last decades of its human and natural resources, the military and the steel industries have contributed to destroy many emic cultural manifestations, including that social fabric that for centuries has been able to reproduce itself in the now depopulated old town, today’s Island (“Città vecchia”).

How to rebuild Taranto’s cultural heritage, both tangible and intangible? How to imagine its future? How to bridge the gap between its society and its natural environment, the Mediterranean sea, cultures and peoples? How to bring its citizenship to the fore?
The answers to these challenge are already reality. They come from the destruction of the logic of extraversion that dominated Taranto and its society in the recent history: the privatisation of the local politics has to be stopped. At the same time, the structural dependence from unaccountable outsiders and de-territorialised economic networks needs to be governed differently. This is why Taranto’s citizenry is more and more engaged in a process of re-appropriation of spaces, both institutional and informal. Active citizenship is at the core of this attempt.
The slogan “RespiriAMO Taranto” (a crasis of the verbs “To Breath” and “To Love” that in the Italian language corresponds to “We Breath”) symbolises the gathering around one goal – the fight against massive environmental pollution and moral/political corruption – of different social sectors, from football supporters to expatriates, from local “anonymous” citizens with different political background to local celebrities. However, “RespiriAMO Taranto” is only an example of what is going on in Taranto, an Italian city busy at strengthening its potential social capital, while massively distrusting the national, regional and local institutions. Of course, “RespiriAMO Taranto” could have not been possible without an historical, important background of small and big social conflicts. At the same time, it could not have a future without those same interprets that have been concretely building that past, while still questioning the present.

It is into this fascinating, complex and shifting context that Landscape Choreography began its exploration of Taranto’s productive wastelands. The goal was (is) to affirm that empty urban spaces should produce social, cultural and environmental web of relations, rather than just (only) economic assets and values. Emptiness can be as much productive as fullness, sometimes. Our trip in the “Dig up phase” of the project touched several places (which the pictures shows), which we’d like to think as crossroads of the city human and social topography. It also allowed us to meet several active collective actors that contributed to shape our vision of how the project should be implemented on the ground. That is, how the project can be appropriated, participated and democratically and polyphonically governed. Thanks go to the following friends, who are of course not responsible of what this article reports: Labuat, Ammazza che Piazza, ArcheoTower, Comitato Lavoratori e Cittadini Liberi e Pensanti, Taranto Supporters, Teatro Crest-Tatà, Fondazione Taras, Associazione Le Sciaje. Many others, we hope, will join our adventure.
Stay tuned.

Giancarlo Pichillo

—-

La città di Taranto gode di una Storia ben più che bi-millenaria. Nata come colonia greca (spartana, per esser precisi e riverenti al tradizionale mito di fondazione) nel cuore del Mediterraneo meridionale, Taranto può esser pensata come il prodotto mutevole di un lento processo di ibridazione culturale, frutto di relazioni ampie, di conflitti, di scambi durevoli con numerosi altri e di una polifonia di voci interne.
Tuttavia, questa gloriosa quanto drammatica Storia ha vissuto una lacerazione irreparabile e brusca, speriamo non irreversibile, nei decenni tra la fine del XIX secolo e gli anni ’60 del ‘900. Da allora, l’organizzazione sociale tarantina ha vissuto un processo di ridefinizione drastico, insieme con la sua economia e l’ambiente naturale circostante. Inevitabilmente, anche le relazioni sociali tra cittadini residenti e tra questi ultimi e i borghi della provincia sono mutate. I principali fattori che hanno riformulato il paesaggio umano, sociale e naturale sono stati l’Arsenale Militare e l’enorme fabbrica siderurgica (l’ILVA, ex Italsider al tempo in cui era una industria di proprietà dello stato italiano). Una economia di piccola scala, prevalentemente agricola e marina, ha dovuto far spazio al mito del progresso, concretizzato attraverso l’opera di industrializzazione pesante del territorio. Negli anni in questione, pertanto, Taranto è stata totalmente co-optata dalla macchina sviluppista, ovvero dal paradigma ideologico e politico dello Sviluppo, che ha caratterizzato e monopolizzato la storia e la pratica della cosiddetta globalizzazione nell’ultimo secolo (ancora oggi, è lecito aggiungere).
Una ulteriore conseguenza di queste dinamiche è stata l’alienazione del mare. Taranto, “città dei Due Mari”, è stata fisicamente separata dai suoi affacci al mare da un enorme muraglione, nonché da numerose aree militari protette e inaccessibili ai più. Come se non bastasse, il siderurgico – insieme con le altre industrie chimiche che insistono sul territorio, alcune delle quali di proprietà pubblica – ha generato un inquinamento parossistico, che nessuno può oggi permettersi di negare.
Il mito del progresso ha colonizzato le anime e il suolo tarantini, insieme coi corpi delle persone. Industrie pesanti, marina militare e una classe politica spesse volte controproducente – per usare un eufemismo – hanno privato Taranto di risorse umane, naturali e financo culturali, se per esse intendiamo le moltissime espressioni culturali della “tradizione” oggi scomparse, insieme con un certo tipo di costruzione della società che per secoli ha popolato e animato l’isola della Città Vecchia, oggi friabile, fatiscente e sotto-popolata, per quanto sempre estremamente affascinante.

Come ricostruire il patrimonio culturale di Taranto, tangibile e intangibile? Come immaginare un nuovo futuro? Come colmare la distanza tra la società tarantina, il suo paesaggio ecologico, il mare, le società e le culture del Mediterraneo? Come riportare la cittadinanza ad esser protagonista del palcoscenico politico?
Le risposte, non semplici, a queste domande sono già una realtà di fatto. Esse poggiano sulla distruzione della logica e dei meccanismi dell’estraversione che hanno dominato la società tarantina nella sua storia recente. Si cerca, pertanto, di ribaltare il processo di “privatizzazione” della politica locale, così come di ridurre e azzerare la dipendenza strutturale dai “forestieri” e dalle reti economiche de territorializzate, di fatto de-responsabilizzate. Tutto ciò spiega l’onda montante – non ancora l’abusato “tsunami”, invero – di cittadini che, a Taranto, si scoprono sempre maggiormente impegnati in prima persona in un processo collettivo e in dinamiche di ri-appropriazione di spazi, tanto istituzionali quanto informali. Cittadinanza attiva, né più né meno.
Lo slogan “RespiriAMO Taranto” – un gioco di parole alquanto esplicito e potente – esemplifica il processo di aggregazione in atto di differenti attori e settori sociali intorno ad un unico, grande, sfaccettato scopo: la lotta per un futuro scevro sia da un inquinamento ambientale insostenibile che dalla percepita (e praticata) corruzione morale e politica. Tuttavia, l’esempio di “RespiriAMO Taranto” è solo una delle pratiche e dei regimi discorsivi in corso a Taranto, una città italiana occupata a ricostituire il proprio capitale sociale interno, proprio mentre la sua fiducia verso gli organismi istituzionali (nazionali, regionali e territoriali) è al minimo storico. Questo nuovo corso storico non sarebbe mai stato possibile, è evidente, senza un passato fatto di lunghi conflitti sociali, piccoli e grandi. Né potrebbe mai avere un futuro senza gli interpreti che oggi, sulla memoria di quel passato, cercano di criticare e costruire il presente, senza limitarsi ad amministrarlo.

È in questo affascinante e fluido contesto che il progetto Landscape Choreography ha iniziato la propria esplorazione degli spazi occupati e/o liberi e abbandonati di Taranto. L’obiettivo era, ed è, affermare che i “vuoti urbani” non debbono esser percepiti unicamente come spazi improduttivi, insicuri e, quindi, da colmare ad ogni costo e con ogni mezzo. Al contrario, questi spazi inglobano già in sé, nella loro identità, reti di relazioni umane, sociali e culturali che sono tanto produttive quanto le attività prettamente e direttamente economiche. Il vuoto è anche produttivo, in altre parole (productive wastelands, appunto…).
In questa fase “di scavo” del progetto (“Dig Up Phase”) abbiamo visitato e toccato con mano diversi luoghi cittadini (che le fotografie di questo sito mostrano), che a noi piace pensare come snodi importanti della topografia umana e sociale tarantina. L’esplorazione ci ha consentito di incontrare e conoscere diversi attori collettivi impegnati a ridisegnare la mappa della cittadinanza attiva a Taranto. Grazie a loro, abbiamo potuto comprendere meglio come creare le condizioni di possibilità affinché questo progetto diventi davvero un’esperienze condivisa, partecipata, orizzontale, democratica e polifonica. Insomma, capace di sopravvivere a sé stessa.
Un grazie sincero va, dunque, a questi amici, che ovviamente non sono assolutamente responsabili di quanto qui fin’ora riportato: Labuat, Ammazza che Piazza, ArcheoTower, Comitato Lavoratori e Cittadini Liberi e Pensanti, Taranto Supporters, Teatro Crest-Tatà, Fondazione Taras, Associazione Le Sciaje.
Noi speriamo che molti altri vorranno imbarcarsi con noi in questa esperienza, se ne saremo degni.
Restate in ascolto.

Giancarlo Pichillo

Areas of inspection:

Città vecchia


Tamburi

Arsenale

Parco Archeologico

Salinella

Paolo VI

Area Industriale

Circum Mar Piccolo

Leave a Reply