The yard of Palazzo Ulmo

Palazzo Ulmo

The building, situated in Via Duomo, the main street in the old town of Taranto, is officially empty since almost 5 years, however in an informal way, in many hidden corner inside of it, the life has growth up more and more in the last years. This kind of “public” and intense use of this place would have not been possible if the owners had started the official renovation works.
Some owners decided to full this place, “the container”, with “contents”. The owners started to organize art events and they shoot a documentary film, called Otnarat. Since that point the doors of this wonderful and historical building were always opened for the people of the neighbourhood, for photographs, researchers, musicians, set designers, movie directors, cultural operators…
People who started the first renovation works are mostly settled in the historical centre, they know the building and appreciate the historical and artistic value and at the same time recognize in their work a cultural meaning. Simultaneously some young people occupied some spaces inside of the building, cleaning the underground rooms and building stages for musical events.
The building is actually a social and lively construction site, where different interests live peacefully together. This is an example of laboratory-school where the rules between owners, technicians, masters, workers and young “choosy” people often mix up. In such a situation of social, economical and cultural crisis in which we’re living, they decide together to take care for something that should be recognized as a common heritage, alternating working time with relation and sociality moments.

L’immobile, situato nella via principale della città vecchia, via Duomo, è disabitato ufficialmente da almeno 5 anni. Nell’informalità il palazzo ha però visto nascere negli anni, nei suoi angoli più nascosti, una vita intensa, dalla forte connotazione pubblica, sicuramente superiore a quella che ci sarebbe stata se i privati avessero iniziato e completato i lavori di ristrutturazione. Alcuni proprietari, non essendo capaci da soli di sostenere i costi dei lavori complessivi, hanno deciso lo stesso di riempire il “contenitore” di “contenuti”.
Hanno organizzato degli happening artistici, hanno poi allestito il “set” per un docu-film (Otnarat) e da quel momento le porte del palazzo si sono più volte aperte, sempre informalmente, a curiosi, residenti del quartiere, fotografi, ricercatori, artisti, musicisti, scenografi, registi, operatori culturali, ecc.
Le persone che hanno realizzato materialmente i primi interventi di manutenzione e ripristino sono, per la quasi totalità, residenti in città vecchia, persone che conoscono il palazzo, ne apprezzano il valore storico-artistico e vedono nel proprio lavoro anche un’utilità culturale.
Parallelamente all’inizio di questi primi e lenti lavori il palazzo-cantiere ha iniziato ad animarsi di giovani della città vecchia e non, che si sono “appropriati” di alcuni spazi, hanno ripulito i sotterranei, auto-costruito un palco e organizzato piccoli eventi, prevalentemente musicali.
Allo stato attuale il palazzo è un cantiere sociale vivo, dove convivono pacificamente vari interessi, è un esempio di scuola-laboratorio, dove si confondono spesso i ruoli fra proprietari, tecnici, maestri, operai e giovani “choosy”, che in un momento di crisi economica, sociale e culturale, decidono di prendersi cura di quello che dovrebbe essere un patrimonio bene comune, alternando spesso momenti di lavoro con altri di conoscenza, relazioni e socialità.

——-

La doppia velocità – l’esempio di Palazzo Ulmo

In via Duomo, 55 a Taranto vecchia c’è un immobile del ‘700, disabitato ufficialmente da almeno 5 anni. I vecchi proprietari, storici residenti del quartiere, hanno ceduto le proprie abitazioni ad acquirenti che venivano da altre zone della città.

Il palazzo da quel momento, nonostante faticosamente sia stato costituito un condominio, prima inesistente, ha vissuto una fase di recesso e di abbandono, per via dell’incapacità dei proprietari a trovare un accordo e far fronte alle spese ingenti dei lavori necessari, come la manutenzione straordinaria dei tetti (dove sono presenti lastre di eternit per il 70% della copertura).
Negli ultimi anni si sono accumulati plichi di perizie, verbali di assemblee, capitolati dei lavori, richieste di preventivi, senza che nella realtà dei fatti sia partito ufficialmente un processo di riqualificazione.
Nell’informalità, però il palazzo ha visto nascere negli anni, nei suoi angoli più nascosti, una vita intensa, dalla forte connotazione pubblica, sicuramente superiore a quella che ci sarebbe stata se i privati avessero iniziato e completato i lavori di ristrutturazione.
Alcuni proprietari, non essendo capaci da soli di sostenere i costi complessivi dei lavori, hanno lo stesso deciso di riempire il “contenitore” di “contenuti”.
Hanno organizzato degli happening artistici, hanno poi allestito il “set” per un docu-film (Otnarat) e da quel momento le porte del palazzo si sono più volte aperte, sempre informalmente, a curiosi, residenti del quartiere, fotografi, ricercatori, artisti, musicisti, scenografi, registi, operatori culturali, ecc.
Il passaggio in questi spazi di tutte queste persone, molti semplicemente di passaggio a Taranto, ha lasciato dei segni immateriali, difficili da raccontare eppure tutti utili per un percorso di conoscenza del quartiere, delle sue criticità e potenzialità, ma anche e soprattutto di contaminazione, scambi e relazioni umane. Alla lunga tutto questo potrebbe essere il vero valore aggiunto di questo edificio, ancor più di una semplice ristrutturazione e recupero della sua “pietra”.
Tante persone sono andate via e a modo loro hanno raccontato la storia di questo palazzo, in momenti formali, come mostre fotografiche o cinematografiche, o informali, postando foto su social networks, testi o video, e contribuendo così a tenere in vita la storia dell’edificio.
Nel frattempo faticosamente sono iniziati dei lavori parziali di recupero di alcuni appartamenti; il palazzo è stato dotato di allacci all’energia elettrica e alla rete idrica.
Le persone che hanno realizzato materialmente i primi interventi di manutenzione e ripristino, sono per la quasi totalità residenti in città vecchia, persone che conoscono il palazzo, ne apprezzano il valore storico-artistico e vedono nel proprio lavoro anche l’utilità culturale.
Parallelamente all’inizio di questi primi e lenti lavori il palazzo-cantiere ha iniziato ad animarsi di giovani, della città vecchia e non, che si sono “appropriati” di alcuni spazi, hanno ripulito i sotterranei, auto-costruito un palco e organizzato piccoli eventi, prevalentemente musicali.
Poco alla volta si è creata una comunità che frequenta quotidianamente l’edificio, utilizza i locali a piano terra come sala prove, alcune stanze per fare palestra ed esercizi ginnici o semplicemente per momenti di socialità.
La presenza di questa forma di vita nel palazzo ha incoraggiato i proprietari più sensibili ad accelerare il percorso ufficiale di recupero dell’immobile.
Laddove, l’iter amministrativo che passa attraverso un’assemblea di condominio che difficilmente raggiunge la maggioranza ha dei tempi lunghi, in parallelo si è creato quasi spontaneamente un gruppo di persone che lavora per evitare che il palazzo subisca nuovi danni e si adopera ad effettuare interventi urgenti.
Agli operai locali (muratori, intonachisti, elettricisti, idraulici, fabbri) che stanno lavorando per la ristrutturazione d’appartamenti privati si sono affiancati i giovani volontari che vivono il palazzo e che sotto la guida di un esperto “maestro” che da anni lavora nella città vecchia di Taranto, con esperienza di ristrutturazione di palazzi storici, hanno iniziato a occuparsi delle parti comuni dell’edificio come i tetti, la facciata e il cortile.
Allo stato attuale il palazzo è un cantiere sociale vivo, dove convivono pacificamente vari interessi, ed è un esempio di scuola-laboratorio, dove si confondono spesso i ruoli fra proprietari, tecnici, maestri, operai e giovani “choosy”, che in un momento di crisi economica, sociale e culturale, decidono di prendersi cura di quello che dovrebbe essere un patrimonio bene comune, alternando spesso momenti di lavoro con altri di conoscenza, relazioni e socialità.

Testo tratto da
APPUNTI PER UNA SCUOLA LABORATORIO
di Michele Loiacono

Leave a Reply